La mora e l’usura – La sentenza della Corte di Cassazione del 30.10.2018 n. 27442

La Corte di Cassazione reinterpreta le Sezioni Unite.

Premessa

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza del 30 ottobre 2018 n. 27442 torna ad occuparsi dell’usura con riferimento agli interessi di mora e lo fa discostandosi dai precedenti della Suprema Corte in materia.

Infatti, in merito alla sindacabilità dell’usura nella mora, muovendo dal significato sulla natura e funzione degli interessi di mora e degli interessi corrispettivi, arriva ad affermare un diretto rapporto tra il tasso di mora e la soglia d’usura riportata dai decreti ministeriali per la categoria di credito corrispondente, escludendo ogni maggiorazione e/o diverso criterio di confronto.

Tale assunto, condivisibile ad avviso di chi scrive, si discosta dal principio di omogeneità del confronto nella verifica dell’usura, stabilito dalla recente sentenza delle Sezioni Unite n.16303 del 20 giugno 2018.

E’ condivisibile perchè riporta nell’alveo di mere circolari amministrative, le Istruzioni della Banca d’Italia che di certo non possono intaccare l’efficacia della norma primaria – ossia della Legge n. 108/1996 (c.d. “antiusura”) – che, come è noto, non detta criteri di omogeneità nel raffronto dei tassi né prevede distinzioni a titolo di interessi, ma detta un solo criterio, quello oggettivo, individuabile unicamente nel superamento del tasso soglia usura individuato trimestralmente dai decreti ministeriali.

Nel contempo, tuttavia, contraddicendo le stesse conclusioni alle quali le ampie riflessioni sviluppate nel corpo dell’intera sentenza inevitabilmente conducono, con una stringata e apodittica affermazione, ha ritenuto di affermare l’inapplicabilità dell’art. 1815 c.c. agli interessi di mora usurari, discriminando gli interessi di mora dagli interessi corrispettivi, ponendosi in tal modo in contrasto con la stretta sovrapposizione di tale articolo all’art. 644 c.p., sulla quale si fonda l’altra pronuncia delle Sezioni Unite n.24675 del 19 ottobre 2017.

Vediamo più da vicino la sentenza della Suprema Corte

Sulla base di una interpretazione letterale e finalistica dell’art. 2 della legge n. 108/1996, la Corte di Cassazione stabilisce che il divieto di pattuire interessi eccedenti il tasso soglia si applica sia agli interessi corrispettivi sia agli interessi moratori.

L’ampia formulazione degli artt. 644 c.p., dell’art. 2 della legge 108/96 e dell’art. 1 d.l. 394/00, dimostrano che, ai fini dell’usura, la legge non consente distinzione di sorta tra i due tipi di interessi.

La Cassazione non ritiene che abbia rilievo la circostanza che la rilevazione da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze degli interessi medi praticati dagli operatori non prenda in considerazione gli interessi moratori, né tanto meno considera le rilevazioni campionarie della Banca d’Italia.

L’art. 2, comma 1, della legge 108/96 stabilisce infatti che la rilevazione dei tassi medi debba avvenire per “operazioni della stessa natura”. E non v’è dubbio che con l’espressione “operazioni” il legislatore abbia inteso riferirsi alle varie tipologie contrattuali e non ai diversi tipi di interesse.

Il tasso di mora non può considerarsi certo un’ ”operazione” né tanto meno un tipo contrattuale. E’, dunque, più che normale che il decreto ministeriale non rilevi la misura media degli interessi convenzionali di mora, dal momento che la legge ha ritenuto di imporre al ministro dell’Economia la rilevazione dei tassi omogenei per tipo di contratto, e non dei tassi di interesse omogenei per titolo giuridico.

Richiamando infine la Corte Cost. n. 29/02 e le reiterate pronunce della Cassazione intervenute nel corso degli ultimi vent’anni, la Suprema Corte stabilisce il seguente principio di diritto: “è nullo il patto col quale si convengono interessi convenzionali moratori che, alla data della stipula, eccedano il tasso soglia di cui all’art. 2 della l. 7.3.1996 n. 108, relativo al tipo di operazione cui accede il patto di interessi moratori convenzionali”.

A detto principio viene altresì aggiunta la precisazione che, in assenza di qualsiasi norma di legge, l’usurarietà degli interessi moratori vada accertata in base al saggio rilevato ai sensi dell’art. 2 legge 108/96 (tasso soglia calcolato con riferimento al tipo di contratto) e non in base ad un “fantomatico tasso” talora definito nella prassi di “mora-soglia”, ottenuto incrementando arbitrariamente di qualche punto percentuale il tasso soglia.

Le dotte e condivisibili argomentazioni sviluppate nel corpo di tutta la sentenza, tese ad avvalorare l’insussistenza di ogni distinzione “funzionale” fra interessi corrispettivi e moratori, vengono completamente disattese nella parte finale, dove, apoditticamente viene affermato che: “nonostante l’identica funzione sostanziale degli interessi corrispettivi e di quelli moratori, l’applicazione dell’art. 1815, comma secondo, cod. civ. agli interessi moratori usurari non sembra sostenibile, atteso che la norma si riferisce solo agli interessi corrispettivi, e considerato che la causa degli uni e degli altri è pur sempre diversa: il che rende ragionevole, in presenza di interessi convenzionali moratori usurari, di fronte alla nullità della clausola, attribuire secondo le norme generali al danneggiato gli interessi al tasso legale”.

In definitiva, mentre il divieto di pattuizione usuraria previsto dall’art. 644 c.p., integrato dall’art. 2 della legge 108/96 si estende sia agli interessi corrispettivi che agli interessi di mora, questi ultimi rimarrebbero esclusi dalla sanzione prevista nell’art. 1815 c.c.

Note critiche

Non può non destare serie perplessità la parte conclusiva della sentenza, con la quale viene negata alla fattispecie della mora in usura, la sanzione civile dell’art. 1815, 2 comma, cod. civ.

È, infatti, evidente l’incongruenza fra argomentazioni e conclusioni, per la manifesta contraddizione con le ampie argomentazioni che, nel definire l’usura, arrivano a sostenere l’identità sostanziale degli interessi corrispettivi agli interessi di mora. La Suprema Corte giudica tralatizia la distinzione della funzione remunerativa degli interessi corrispettivi dalla funzione risarcitoria di quelli moratori, distinzione valutata un “aforisma scolastico”, non giustificata sul piano storico e sistematico, ritenuta un “mantra” che “resta oscuro e serve solo ad aumentare la confusione ed a favorire l’ambiguità concettuale nonché la pigrizia esegetica”.

Non si comprende come l’inconsistenza, pur riconosciuta alla diversa causa degli interessi corrispettivi e moratori, possa giustificare un’interpretazione radicalmente diversa dall’art. 1, comma 1 della legge 24/01Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Aspetto ulteriormente ribadito dalla Corte Costituzionale con l’Ordinanza n. 29/02, dove afferma: “L’art. 1, comma 1, del decreto-legge n. 394 del 2000, nel precisare che le sanzioni penali e civili di cui agli artt. 644 cod. pen. e 1815, secondo comma, cod. civ. trovano applicazione con riguardo alle sole ipotesi di pattuizioni originariamente usurarie, impone – tra le tante astrattamente possibili – un’interpretazione chiara e lineare delle suddette norme codicistiche, come modificate dalla legge n. 108 del 1996, che non é soltanto pienamente compatibile con il tenore e la ratio della suddetta legge ma é altresì del tutto coerente con il generale principio di ragionevolezza”.

Così come l’ABF, nel Collegio di Coordinamento del 16 maggio 2018, dopo aver premesso che “La scelta di modificare anche la norma civilistica sul mutuo negando all’intermediario il diritto di trattenere gli interessi ha, all’epoca, suscitato un forte dibattito in dottrina in considerazione del fatto che la disposizione previgente stabiliva invece che gli interessi fossero dovuti nella misura legale, nel rispetto del principio della naturale fecondità del denaro. L’assenza di qualsiasi interesse nel caso di pattuizione di un compenso usurario ha tuttavia costituito oggetto di una precisa scelta del legislatore che, con questa disposizione, ha introdotto la nullità della clausola per sancire il disvalore del patto usurario”, e aver richiamato il parallelismo stabilito dalle Sezioni Unite fra l’art. 644 c.p. e 1815 c.c., afferma che: “A parere di questo Collegio il riferimento esplicito all’art. 1815, secondo comma cod. civ. contenuto nell’art. 1 del D.L. n. 394/2000 e l’inciso “comunque convenuti, a qualsiasi titolo” manifestano in modo palese la volontà del legislatore di stabilire uno stretto collegamento tra la norma civile e quella penale e, quindi, di interpretare, nella configurabilità dell’usura, il concetto di interessi in maniera onnicomprensiva, includendovi – anche ai fini civilistici – tutti i costi elencati nel 4° comma dell’art. 644 cod. pen. e cioè commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito. In presenza dell’interpretazione autentica di una norma offerta dallo stesso legislatore, l’interprete deve prenderne atto e, superati dubbi e/o perplessità, adeguarsi, essendo in tal modo precluso qualsiasi spazio per interpretazioni alternative”.

Alla luce di quanto sopra, appare evidente come la sentenza nella conclusione finale relativa all’applicazione dell’art. 1815 c.c. si contrappone alla giurisprudenza prevalente finanche della Corte Costituzionale, privando la fattispecie criminosa tipizzata dalla Legge n. 108/96 della sanzione civile, che rimane inefficace, sproporzionata, e per nulla dissuasiva.

La giurisprudenza in diritto bancario, negli ultimi decenni, è caratterizzata da un susseguirsi di pronunce che, in breve tempo, vengono modificando sistematicamente il quadro giuridico di riferimento, evidenziando al di là della normale evoluzione giurisprudenziale, una patologia dello jus dicere orientato ad un soggettivismo giudiziario, connotato da incertezze, conflittualità, interferenze e dove la dimensione dei risvolti economici coinvolti inducono valutazioni spurie ed estranee che spesso non si conciliano con il rigore e la fermezza dei principi giuridici.

La certezza del diritto e la connessa stabilità dei rapporti giuridici passa necessariamente attraverso una rafforzamento della funzione nomofilattica della Suprema Corte di Cassazione, dalla quale l’operatore economico si attende una maggiore razionalità, prevedibilità ed uniformità del decidere.

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Di |2018-11-20T21:03:37+02:0020 Novembre, 2018|Area Legale, BLOG|
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